Wednesday, August 26, 2015

Gli occhi irripetibili dell'Afghanistan

Canzone afghana "Shafiq Mureed" di Khanda Ko 

Ogni volta che sento la parola 'Afghanistan' penso a due cose:  agli occhi di terra e di cielo degli Afghani e al sorriso infinito di Ali.

Non sono mai stata in Afghanistan e chissà se mi basterà tutta la vita per andarci mai. Eppure c'è sempre stata in me un'attrazione verso un Paese plurinominato nei telegiornali per le notizie più infelici, una terra ora così malinconica nel mio immaginario di straniera, e un tempo altrettanto rigogliosa. Quello che so sull'Afghanistan l'ho letto sui libri: ho letto storie, dipinto immagini nella mia mente, evocato profumi e sentimenti mai provati ma che nel leggere mi avevano accerchiato così appassionatamente da farmi pensare di averli provati davvero. E' così che questo Paese extra-ordinario è diventato per me quasi un luogo mitico nel pensiero, fatto dei ricordi dei racconti di un amico che ora non c'è più, e delle mie fantasie spropositate ma vivide e reali per chi le ha vissute davvero in quel Paese, quando ancora la guerra non c'era, i Talebani, noi in Italia, non sapevamo quasi chi fossero, e Kabul era il centro di quell'area di mondo appassionato.

Nei secoli, numerosissime popolazioni hanno invaso le terre che oggi costituiscono la Repubblica islamica dell'Afghanistan: Indoariani, Persiani, Greci, Sasanidi, Arabi, Mongoli e infine Britannici e Russi si sono succeduti nel tentativo di domare una fetta di mondo unica e irripetibile, storicamente debole come un giunco piegato dalle tempeste ma culturalmente irremovibile come una roccia che le disumane leggi talebane e le indicibili prepotenze degli invasori hanno cercato invano di trascinare via. L'avvicendarsi di queste genti, dai caratteri somatici ben diversi e così precisamente definiti, hanno dato vita ad un popolo unico per i tratti che lo caratterizzano, per le diversità stridenti dei loro volti al contempo così omogenei ed irrimediabilmente belli. Quei volti-mosaico di mondi diversi, di colori opposti e complementari: la pelle ora chiarissima ora bronzea, i profili ora marcati e grossi, ora affilati e lunghi, il sorriso grande, un po' timido all'inizio ma poi avvolgente e caldo, come lo aveva Ali, e poi quegli occhi, gli occhi che solo gli afghani hanno, incastonati come gemme nei visi profondi, lucidi e brillanti come le stelle che immagino sfavillare sopra i Buddha di Bamyian, occhi pieni di cielo e di terra mescolati insieme in un turbine fatato che, al solo guardarli, incantano per i segreti che raccontano.

Qualche giorno fa ho avuto la fortuna di volare su delle note musicali che si sono sprigionate dal ristorante afghano presso cui mi trovavo. Una nota, poi l'altra, poi un battito di mani e un brulichio di uomini che sul piazzale hanno incominciato a danzare una danza a me sconosciuta e terribilmente affascinante nella sua semplicità incalzante, quasi estatica.
"Questa danza si chiama Attan", mi ha spiegato il proprietario del ristorante, i suoi occhi di terra e di cielo illuminati di curiosità verso chi vuole conoscere qualcosa che non sa, "tutti ballano questa danza in Afghanistan, ci sono dei movimenti precisi da imparare". Avrei voluto chiedere di più e lui avrebbe voluto dirmi ben altro del suo Paese lontano, forse avrebbe voluto descrivermi uno dei mille soli che illuminano la storia dell'Afghanistan o forse avrebbe solo voluto non aver finito tutti gli ingredienti nel suo piccolo ristorante per potermi far assaggiare un gusto del suo Paese. Ma quegli occhi di cielo e terra già sfuggivano via, persi in chissà quali pensieri, in quella reverenza raggiante e rapita che non abbandona mai il volto degli Afghani. 

Guardavo quegli uomini danzare in cerchio, come incantati dalle note della musica. Si tenevano per mano, poi si svincolavano in un balzo, in un battito di mani all'unisono, ruotando nella brezza leggerissima della tarda sera i loro abiti lunghi, sollevanone i lembi talvolta, girando su se stessi, avvicinandosi ed allontanandosi dal centro del loro unisono. Dimentichi di ogni cosa intorno a loro, danzavano, e mi parve di volare anche io insieme a loro verso una terra che non ho mai visto ma che già mi pare di amare. Sulla porta, un vecchio signore afghano finiva di mangiare il suo riso e di bere un bicchiere di Sharbat-E-Bomya, dal sapore di limone e di acqua di rose. Mentre lo guardavo mi disse qualcosa che non potevo capire e mi sorrise, abbassando un poco la testa amabilmente, insieme ai suoi occhi di terra e di cielo. Ho letto da qualche parte che quando ad un Afghano si fa un complimento su quello che si è visto nel suo Paese, egli risponderà: "Sono i tuoi occhi ad essere belli!". La bellezza di chi vede il bello dove c'è e dove si fa più fatica a vedere. Mi domando se sono quegli occhi che gli afghani hanno, a metà tra il cielo e la terra, ed essere il filtro della loro gioia nascosta, della musica della loro lingua che diventa poesia nelle canzoni che per fortuna non sono più proibite. 
Il mio amico Ali, con l'abito tradizionale afghano. Lui che per primo mi raccontò dell'Afghanistan e mi fece innamorare dell'immaginazione della sua Terra, parlandomene appassionatamente, danzando scatenato e guardandoci tutti con i suoi occhi di terra e cielo.


Tuesday, July 21, 2015

Iran: Le porte di Abianeh

Abianeh, Iran.
Arrivammo ad Abianeh con una pioggia fredda e sottile. Il villaggio pareva quasi irreale nel suo silenzio umido, nel rumore ovattato delle gocce del cielo, del fango delle strade di terra battuta e piastrellata. Abianeh sembra crearsi d'improvviso, tra i monti del distretto di Bazrud, con la stessa sveltezza con cui delle mani esperte di un vasaio danno forma alla creta che gira sul tornio. Era novembre ma faceva caldo in città, eppure l'aria pungente che ci accolse nel villaggio faceva già pensare all'inverno. Le finestre delle case erano serrate, le porte chiuse, solo gli intarsi minuziosi dell'architettura tradizionale facevano immaginare degli occhi tra quelle fessure, dei volti sfuggenti e delle figure inafferrabili dietro a quei muri di fango e mattoni. 
Dettaglio di abitazione, Abianeh, Iran.

D'improvviso uno schioccare di zoccoli, uno strusciare di pezze, uno stampare di piedi sui ciottoli umidi: una donna ricoperta di un velo largo e coprente di colore bianco, puntellato di mille colori, camminava piano sulla stradina arrampicata sul monte, tirandosi dietro un asinello grigio, piccino, caricato di borse e di stoffe. Quelle furono le prime delle quattro creature che intravidi, quasi come una visione subitanea e lenta, ad Abianeh. Le altre due furono due vecchie signore vestite di nero, le loro gonne ampie e scure rigonfie su gradini di pietra su cui sedevano, la loro pelle aranciata dal sole, i loro occhi olivastri  e grandi, le loro voci stridenti e roche come quelle di chi parla poco, o forse mai.

Donna e asinello, Abianeh, Iran.

Porta con due battenti, Abianeh, Iran.
Mi apparve così Abianeh, in quel pomeriggio d'autunno, raccolta e laconica come le ragazze che hanno appena pianto, come quei sentimenti che rischiano di perdersi se non si fa qualcosa. Le porte ad Abianeh sono di legno, lucide e pesanti, quasi nascondano dietro di sé un segreto ingombrante e antico. Mi piacque il desiderio di oltrepassare una di quelle porte e scoprire la vita all'interno delle case color ocra, brillanti e scivolose della pioggerella delicata e rapida in cui ci eravamo imbattuti. Le porte di Abianeh hanno due battenti: uno è per le donne, uno per gli uomini. La loro diversa forma produce un suono peculiare che distingue il genere del visitatore sconosciuto all'orecchio attento del padrone di casa. Forse che bussando qualcuno avrebbe... Ma no, Abianeh mi piaceva così, ermetica e scorbutica come la vidi, circondata da montagne impervie e alberate di alberi rossi e marroni, incastonata in un fianco di montagna, schiva e scontrosa, eppure così innocente e bisognosa di amore, come tutte le persone imbronciate che si dicono felici anche senza nessuno.


 





Tuesday, February 10, 2015

Il tango della nostalgia, la musica degli Italiani d'Argentina

Dipinto di Willem Haenraets, Bandoneón
E' possibile, secondo voi, ereditare dai propri genitori anche la memoria del passato? Si ereditano la forma del viso, il colore degli occhi, l'unicità di certi gesti, i gusti del cibo, le abitudini quotidiane. Ma la memoria?

Tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo tantissimi furono gli Italiani che presero una grande nave diretta in Argentina. Uomini, giovani, adulti, tutti in cerca di fortuna, di terra, di sicurezza nel continente delle opportunità che qui da noi chiamavano 'Merica. Questi italiani coraggiosi, spaventati, ingenui e determinati dovettero per la prima volta ricostruire se stessi e il loro Paese, individuandone le peculiarità, rivivendone le tradizioni, riordinando quel groviglio di ricordi infantili ed emozioni adulte davanti a un Nuovo Mondo lontanissimo e capovolto in cui l'unico conforto erano le note vibrate, ora rapide, ora lente, e le parole scompigliate del tango, mescolate, che ad ogni sillaba combattevano contro quell'olvido tanto temuto, contro la paura di dimenticare.

Finivano alla sera i lavoranti italiani delle piantagioni, col cuore pieno d'amore per la terra lontana, per le persone lasciate; e di attesa per il giorno in cui avrebbero camminato di nuovo su quel suolo, rivisto quei volti che in loro confidavano e che li aspettavano ogni giorno e ogni notte, pazienti, forse alzando lo sguardo verso la luna, che è la stessa per tutti, o protendendo il busto verso quell'oceano immenso...
Finivano alla sera i lavoranti delle piantagioni e allora c'era chi aveva con sé una fisarmonica e, perché no, anche un bandoneón. Solo così poteva iniziare un concertino improvvisato, con quella stanchezza malinconica e quella speranza trepidante che sbocciarono nel tango, oggi sinonimo di passione e sensualità, ma che nacque da una lacrima, dalla paura di dimenticare, dalla voglia di ricordare le figure, gli odori, i suoni della bella Italia.

Tango italiano, tango argentino, tango che suona come casa, che parla in spagnolo Rio-platense, talvolta mescolato ad una frase in uno dei tanti dialetti del Bel Paese; tango che accarezza il viso, che accompagna confortante nei sogni, che lascia immaginare la struggente vita migrante degli Italiani coraggiosi partiti su una nave con un baule carico di sogni.

"Cuando escucho 'O Sole mio' / Senza mamma e senza amore / siento un frío acá en el cuore". Cantano così le parole di Canzoneta, immaginando il calore del sole, della mamma, di quell'amore italiano che tanto mancava, che tanto avrebbe fatto sentire di essere a casa. E proprio Napoli è invocata anche da Canción de Inmigrante, con le sue acque azzurre, il suo golfo punteggiato da imbarcazioni: "Sol de Napoles / lontano / mare azzurro / mi puerto". Napoli, profumo d'Italia. Italia, luogo dell'anima, indimenticabile, dove ogni angolo, ogni dettaglio diventa un legame indissolubile di emozioni antiche come dentro alla "casita de [los] viejos [donde] cada cosa es un recuerdo  que se agita en [la] memoria".

Il tango si fa pittore e dipinge nelle sue strofe nostalgiche figure di immigranti italiani, spesso avvolti dai luoghi del ricordo, come el italiano che "toca piano, piano, su acordeón" nella "Cantina" che diventa donna e che piange la malinconia della vita lontana da casa. O come l'emigrante in quel viejo Cafetìn dove "siempre rondan los recuerdos y un compás de tango de antes va a poner color al dolor". Sì, il dolore si colora nella musica, nella ripetitiva convinzione di restare italiani per sempre e di tornare un giorno, non troppo lontano, al Paese. L'Italia si mistifica, si sfoca, evapora nei ricordi fino a diventare un'immagine sognata, così intangibile da far temere che forse la si è solo immaginata...


Dipinto di Willem Haenraets, Tango Argentino II
Il tango divenne così la musica degli emigranti, il lamento della loro impotenza di fronte alla solitudine e al disorientamento culturale, il tentativo danzante di fare ordine tra le loro frammentate esistenze. L'allegra milonga dei gauchos argentini venne alterata dalla creatività ombrosa dei musicisti italiani fino a divenire il suono del cuore infranto, il ritmo del desiderio fortissimamente e incessantemente trattenuto. Il tango restò a lungo un genere disgraziato, relegato nelle più famigerate bettole di Buenos Aires e solo con la crescente ricerca di un peculiare nazionalismo argentino negli anni Trenta il tango diventò insuperata caratteristica simbolica dell'Argentina fino ai giorni nostri.

Italiani e Argentini, Italiani d'Argentina: le identità compromesse in un'unica musica, quella del tango; le identità con-promesse, promesse l'una all'altra nella completa revisione e nel conseguente ri-adattamento di entrambe. La nuova Argentina che inventò se stessa coabitando con gli Italiani. Gli italiani che ricostruirono la loro casa armoniosamente, naturalmente, senza strappi, senza più lacrime, in un Paese che alla fine li trattenne come figli propri e ancora oggi li trattiene là, in ogni bambino che nasce con un cognome italiano, in ogni doppio passaporto erogato, in ogni giovane che sogna il piccolo Paese dalla forma di uno stivale dove nacquero i bisnonni, ad ogni passo ovattato e vibrante di tango, ad ogni pesante baule da viaggio che emerge dai cimeli di famiglia, ad ogni voce che dice "Questo lo usò il bisnonno quando partì per l'Argentina...".

Sunday, January 25, 2015

Il tempio degli spiriti del mare: Pura Luhur Ulu Watu

La foto che amo. Particolare del tempio di Pura Luhur Ulu Watu, Bali, Indonesia.
Vi siete mai innamorati di una fotografia? Di una foto che, forse, per gli altri, non è così straordinaria: leggermente sfocata, rilucente dai riflessi del sole, forse non è nemmeno centrata, uno scatto grossolano di chi fotografo non è. Eppure, per voi, proprio in quella foto è racchiuso un universo di profumi e sensazioni che ancora penetrano dalle narici e si infrangono forte sulla pelle, di rumori altisonanti e ripetuti che non sono mai stati dimenticati. La foto del mio cuore è una scogliera rientrante di rocce e cespugli marini, una forma inconfondibile di tempio indù, appuntita e arrotondata, stagliata contro il cielo azzurro e grigio che si tuffa in un mare ondoso ma calmo e dello stesso colore, sul far della sera. 

Scalinata al tempio di Pura Luhur Ulu Watu, Bali, Indonesia.
La foto del mio cuore è il tempio Pura Luhur Ulu Watu costruito nell' XXI secolo sulla costa dell'isola indonesiana di Bali. La penisola di Bukit ospita questo tempio appeso su una alta scogliera scura e custodito da decine e decine di scimmie che saltellano, si arrampicano tra le statue di pietra dai volti ora umani ora animali. I loro occhi neri, vividi e acquosi scrutano il visitatore ammaliato, le loro braccina sottili sono sempre pronte ad arraffare un oggetto sconosciuto e interessante: un paio di occhiali da sole, una sciarpetta,... per precipitarsi poi di nuovo, inafferrabili, tra i meandri nascosti del tempio dove solo loro sanno arrivare. E al visitatore ammaliato non resta altro che camminare, arrampicandosi un po' sul dorso della natura sempiterna di Pura Luhur Ulu Watu, seguendone le possenti mura fortificate e i sentieri magici racchiusi in una galleria di rami e di foglie. 

Un uomo e una donna pregano al tempio di Pura Luhur Ulu Watu, Bali, Indonesia.
Attraversando i giardini selvaggi del tempio si scorgono di tanto in tanto delle sagome lente, inginocchiate, le braccia sollevate, le mani giunte davanti alla fronte. Poggiano a terra un cestino ricolmo di riso e di fiori profumati e bellissimi, il loro dono agli dei per dire grazie della fortuna che hanno, per la ricchezza inestimabile della loro vita, qualunque essa sia. I loro profili si stagliano contro la luce incorporea che si spande in fascette arcobaleno, come i riverberi dell'iride abbacinata dal sole negli occhi degli dei. 

E' qui, dentro questi raggi sfumati, che il potere mistico di Brahma, Vishnu, e Shiva pervade le gradinate scoscese, gli arbusti della foresta, gli intagli di pietra dura che resistono al vento oceanico da centinaia di anni, irremovibili, fieri. Gli elementi della natura si completano con l'uomo a Pura Luhur Ulu Watu, si manifestano a pieno, invadenti, nel fragore schiumoso del mare, nello sfregare frusciante degli alberi, nello sfregarsi della terra sotto i sandali, nella frescura durissima della pietra sotto i piedi nudi.

Coro di uomini e danzatori keciak al tempio di Pura Luhur Ulu Watu, Bali, Indonesia.
La scogliera del tempio diventa così un rifugio per gli spiriti buoni della natura, contro le insidie dei flutti che celano invece gli spiriti del mare, demonietti scaltri e perfidi orchi che talvolta emergono dall'oceano e si infilano negli angoli bui della vita, pronti a confondere le strade, a sballottare i pensieri, come fa il vento che tira, sul far del tramonto, sulla cima dei picchi di Pura Luhur Ulu Watu. Il sole declina pian piano e il cielo diventa più bianco, celeste. Un gruppo folto di uomini in sarong neri si siede in cerchio sul palco di pietra e inizia il suo canto stridente, costante, incalzante. Non una voce manca, non un suono si assenta da quella melodia tormentata che narra le leggende più antiche che vivono ancora, ogni giorno, davanti all'oceano, sulla scogliera di Pura Luhur Ulu Watu. Due danzatori di danza keciak dagli abiti preziosi e dai copricapi dorati si muovono simmetrici, i loro gesti controllati e spigolosi seguono i ritmi del coro: ciak ciak ciak, cantano, ciak ciak ciak, danzano ipnotiche le storie epiche di Ramayana. 

Dopo lo spettacolo, fine del tramonto al tempio di Pula Luhur Ulu Watu, Bali, Indonesia.
Quando lo spettacolo termina, il silenzio colpisce improvviso l'udito, i gorgoglii e gli stridori si bloccano, evaporano via come i personaggi delle storie narrate, pronte a rivivere all'indomani. Gli spiriti cattivi del mare sono domati, la luce va a spegnersi, riposano le scimmiette custodi, sorridono Brahma, Vishnu e Shiva, dopo il loro banchetto. Il vento si alza, fa ondeggiare le fronde, fa frusciare le foglie, ma è caldo del sole diurno e non agita più i pensieri, ma culla le ondine del mare che diventa un letto di schiuma e riflessi. Le nuvole larghe di Bali ricoprono lo sfondo rosato al tempio di Pura Luhur Ulu Watu, l'anfiteatro si svuota di uomini e si riempie di cielo.






Monday, January 5, 2015

Shirin e Farhad, leggenda di un amore nell'antico Iran

"Questa storia è vera e antica, ha più di millequattrocento anni..." incominciò a raccontarmi la mia amica Yasamin, una sera di quelle in cui non puoi dormire bene, una sera di quelle in cui c'è proprio bisogno di una storia.
Pochi minuti prima, stavo ascoltando una canzone del cantante iraniano Mohammad Reza Shokri dal titolo "Shirin o Farhad". Ogni volta che sento quei due nomi mi tornano alla mente tante immagini inaspettate e sorprendenti, tutte le emozioni insperate ed eterne di un mio breve viaggio in Iran. 
La storia di Shirin e Farhad è una di quelle storie che restano all'infinito, che si raccontano e ri-raccontano nella speranza che, in ogni epoca a venire, Shirin e Farhad non subiscano più ingiustizia e soprusi ma che gli amori come il loro ricompaiano sempre, ad ogni generazione.

"Questa storia è vera e antica, ha più di millequattrocento anni..." mi scrisse, allora, Yasamin, la potevo immaginare, con i suoi occhi scuri grandi, che si riempiono di entusiasmo quando mi racconta del suo Paese, dell'Iran, e delle sue storie meravigliose.
Nel VII secolo d. C., prima che gli Arabi arrivassero e portassero con sé l'Islam, viveva in Iran una ragazza giovane e bellissima di nome Shirin. La famiglia di Shirin era molto ricca e conosciuta e l'intero Paese cantava la bellezza unica e la grazia impareggiabile della giovane. 

La gente parlava di lei e la sua fama raggiunse le orecchie del sovrano, re Khosro Parviz, il Vittorioso, ultimo discendente della dinastia dei Sassanidi. Re Khosro Parviz volle chiamare a sé Shirin e suo padre e, rimasto abbagliato dall'indicibile bellezza della ragazza, la chiese in sposa, pur avendo già una moglie, Maria, principessa bizantina, figlia dell'Imperatore Maurizio Tiberio. 
Tuttavia Khosro Parviz non volle rinunciare alla bella Shirin e decise, quindi, di celebrare in segreto il matrimonio. Strappò la sfortunata prescelta dall'amore della sua famiglia e la tenne prigioniera nelle segrete di un castello lontano fino al giorno stabilito per la cerimonia. Nella sua prigionia, l'infelice Shirin si sentì sola e triste, separata per sempre dalla sua famiglia, rinchiusa nel buio e nel segreto più vergognoso di un matrimonio fuorilegge e senza amore.

Un giorno, re Khosro Parviz ordinò che nel castello segreto fossero costruite delle statue per renderlo più grandioso e degno di un sovrano Vittorioso. Un giovane scultore di nome Farhad fu subito inviato al palazzo segreto e incominciò a scolpire su una lunga rampa di scale che portava alla torre dove Shirin stava rinchiusa. Udendo un canto tristissimo di donna e delle lacrime di pianto e dolore provenienti dalle scalinate della torre, Farhad vi salì in cima e si accorse che una ragazza meravigliosa era prigioniera e sola in una grande stanza triste. Farhad si innamorò di Shirin, della sua voce, del suo volto, del suo cuore prezioso che aveva bisogno di essere custodito e salvato. 
Rivelatosi alla giovane, Farhad si recò da lei ogni giorno e anche Shirin si innamorò perdutamente di lui.
Scolpì lentamente, Farhad, ogni giorno, le statue per il re e infine il lavoro fu inevitabilmente ultimato. Arrivato il giorno della sua partenza dal castello, Farhad non si perse d'animo e osò sfidare re Khosro Parviz per ottenere la libertà di Shirin. 
Ma il sovrano, adirato per l'affronto subito e impassibile alle richieste dei due innamorati, negò la libertà della principessa. 
La ragazza, addolorata, si ammalò, indebolendosi ogni giorno di più finché il re, spaventato dalla sua fragile condizione, seguendo i consigli di una vecchia spaventosa strega, concesse una remota e pericolosa possibilità al giovane innamorato. "Se in quaranta giorni riuscirai a scavare l'intera montagna di Bistoon con le tue mani, Shirin sarà libera", proferì.

Farhad partì immediatamente per la città di Kerman, nei pressi della quale si trovava la montagna della sua prova di coraggio e resistenza. Shirin lo attese ogni giorno con grande speranza e timore, ma confidando nel loro amore e nella riuscita dell'ardua impresa. Dal quarantesimo giorno dalla partenza di Farhad la vecchia strega si avvicinò alla principessa e le annunciò beffarda: "Il tuo amato Farhad ha fallito la sua missione, se n'è andato! ti ha abbandonata!". La ragazza non riusciva a credere alle parole della strega ma Farhad non tornava e Shirin pianse tutte le sue lacrime del suo cuore.

La strega, abbandonata Shirin al suo dolore, si recò subito a Kerman con un losco e menzognero intento: annunciare pubblicamente la morte della principessa Shirin. La popolazione intera pianse la morte improvvisa della bella Shirin, ignara del terribile inganno inscenato dalla malvagia strega. 
Ma anche Farhad, stremato dalla fatica di aver compiuto l'impossibile impresa in quaranta giorni e quaranta notti, infine giunse in città e  la tragica notizia sul destino crudele della sua amata giunse subito a lui. Accecato dalla disperazione e dalla sofferenza, Farhad incontrò la morte proprio su quella montagna da lui con così tanta fatica scavata per salvare la bella Shirin. 

Dalla torre nel castello segreto di Khosro Parviz, Shirin udì il subbuglio inquieto proveniente dalla città e venne così a sapere della morte, ahimè reale, del suo eroe Farhad. Solo allora la principessa comprese l'inganno inscenato dalla malefica strega ed appoggiato dallo stesso sovrano e, con le ultime forze rimastele, si gettò anch'ella nelle braccia cupide della morte, aspirando al Paradiso tanto desiderato per rincontrare là il suo Farhad e restare per sempre insieme, liberi dalle prigioni in cui la vita li aveva rinchiusi.

Saturday, December 27, 2014

Cipro: Agros che profuma di rose

Soleggiata veduta mattutina dalla mia camera dell'albergo Vlachos ad Agros, Cipro.
Era già buio quando arrivammo ad Agros (Αγρός), Pilar e Gianni ed io. Ma quando aprii gli occhi, al mattino dopo, la coltre di buio pungente che copriva le sagome e lasciava mille domande sul luogo in cui eravamo capitati, evaporò in fretta, prestissimo, e un sole di Novembre, stupendo, caldo e chiaro riempì le montagne, le vie. Entrava dalle fessure lasciate scoperte dalle ampie tende dell'hotel Vlachos, mi attraeva inevitabilmente a spalancare le finestre, a uscire sul balcone dirimpetto alle cime, agli alberi verdi e castani di autunno, alle balconate di fiori dove qualcuno già gridava "γιεα σου", ciao, con quella musica di voce antica che ha la gente ad Agros, come fosse sempre festa.
Frutta dal giardino del signor Panagiotis, Agros, Cipro.



La vita ad Agros profuma della frutta del giardino del signor Panagiotis, che lui stesso ci mostrò con orgoglio. Melograni, uva, fichi, cachi, mele, ... che la sua dolcissima moglie Maria non mancava mai di preparare per noi, ordinatamente, a cubetti o fettine, ad ogni pasto. Un orto dei sapori, quello del signor Panagiotis, dove trovare di tutto, con la sensazione magica che se avessimo chiesto qualcosa, il nostro desiderio sarebbe cresciuto in quell'orto, tra le erbe alte, trai cespugli secchi di autunno, sotto il pergolato dell'uva. 


Fonte dell'acqua di Agros, Cipro. Chi ne beve l'acqua, 
dice la leggenda, si innamorerà e sposerà ad Agros.
Agros si trova sulle montagne  Troodos, a circa 1100 metri di altitudine e, nel pomeriggio, decidemmo di incamminarci per le stradine del paese che si susseguivano, inerpicandosi tra un cancello e l'altro, un grande cespuglio di fiori e un giardino di alberi e piante.  Scorsi spesso una figura semi-nascosta tra le fronde: un uomo dai capelli grigi intento a zappare il terreno o una vecchia signora che lavorava seduta sull'uscio di casa. Li salutai sempre, con le poche parole conosciute, e loro non mi fecero mai mancare un saluto curioso, un sorridente cenno del capo. Chissà se anche loro si erano sposati qui, ad Agros, bevendo l'acqua della fonte magica che fa innamorare?

Soutzoukos, foto di www.cyprusbreakfast.eu.

La vita ad Agros profuma di Soutzoukos, il dolce di uva Xynisteri che si produce in varie località dell'isola. Il mosto, aromatizzato alla rosa, alla vaniglia e al geranio, è colato attorno a un cuore di noce o mandorla e la stringa dolce viene lasciata asciugare per sei giorni prima di essere tagliata a fettine spesse e servita. 



Ma, infine, nel 1917 al maestro Nearchos Clerides, assegnato al villaggio di Agros, balenò in mente l'idea di incominciare una coltivazione intensiva di rose damascene, con trenta petali, che furono importate sull'isola dalla Mesopotamia, col sogno di poter produrre un giorno dell'acqua di rose. Uno dei ragazzini che studiarono con il maestro Clerides si chiamava Nicodemos Tsolakis e amò fin dal principio la bizzarra idea del suo insegnante. Nel 1948 quel bambino che amava le rose, diventato uomo, acquistò la produzione e la fece propria, succeduto poi dal figlio, Chris Tsolakis, che ci presentò con orgoglio la sua coltivazione.  Ogni anno, in maggio, centinaia di rose vengono colte rapidamente, prima che il calore del sole ne faccia evaporare l'essenza. E' per questo che la vita, ad Agros, profuma sempre di rose.


 link al sito web della produzione Tsolakis

Candele profumate alla rosa, dal laboratorio Tsolakis, Agros, Cipro.

Sunday, December 21, 2014

Gli spazi di La Habana, piccole immagini di Cuba

Veduta di una spiaggia nei pressi di La Habana, Cuba.

Era l'aprile del 1997 quando due bambini si ritrovarono con mamma e papà su un volo diretto a La Habana, Cuba. Eravamo piccoli, mio fratello ed io, e non potevo immaginare che un viaggio a quell'età sarebbe rimasto così impresso nella mia memoria tanto da poterne scrivere diciassette anni dopo.

La verità è che quando penso a Cuba mi tornano alla mente tantissime sensazioni piccole, dei dettagli indimenticati che sono il mio ricordo dell'isola.
Non lo compresi all'epoca, ma ora, riguardando le fotografie scattate e ripensando a quei giorni, non posso fare a meno di pensare che furono 
Una bambina posa per la foto vicino ad una
bancarella di libri a La Habana, Cuba.
gli spazi di La Habana a colpirmi.

Gli spazi urbani, così ampi sulla plaza de Armas, coi viali ombreggiati di piante, le grandi arcate che proteggevano dal sole tropicale le semplici bancarelle di libri un po' stropicciati dal caldo. La Habana Vieja (L'Avana Vecchia) che, dalla sua fondazione nel 1515 ad opera conquistodor Diego Velázquez de Cuéllar, si vide adornare di edifici coloniali spagnoli, ora patrimonio dell'UNESCO. Gli spazi più vividi e gorgoglianti di gente delle viuzze colorate e sbiadite, come l'affollata Boteguita del Medio, che deve il nome alla sua posizione stranamente centrale lungo la via. Acquistata e tramutata in bar-ristorante cubano nel 1942 dallo spagnolo Angel Martinez e poi visitata da celebri personaggi come Ernest Hemingway, Salvador Allende, Pablo Neruda,... che ne consolidarono la popolarità, fu anche luogo di invenzione di uno dei cocktail simbolo dell'isola: il mojito. 
Veduta di un tratto del Malecon, La Habana, Cuba.

Gli spazi lunghi e ariosi del Malecon, l'avenida Antonio Maceo, inizialmente ideata nel 1901 come viale di alberi e luci, incontrò i dissapori del vento oceanico e divenne l'attuale camminamento di otto chilometri, essenziale ed aperto, magnetico per chiunque cammini al suo fianco. 

Due ragazze cubane intente a pettinarmi.
Gli spazi piani ed infiniti delle spiagge di Playa del Este, dove le mani rapide di due ragazze intrecciarono i miei capelli lunghi di bambina in decine di treccine sottilissime fermandole con dei fermaglietti metallici e io, seduta sulla sabbia bianca e tiepida di Cuba, aspettavo di vedere quel capolavoro di precisione e destrezza che sarebbero stati i miei capelli poco più tardi. Quanto amavo quelle treccine, non avrei voluto scioglierle mai! Mentre mi guardavo intorno nell'attesa, un ragazzo dai capelli scurissimi e ricci mi mostrò dei giornalini "Topolino": se li era fatti regalare da qualche turista, e mi diceva "Imparo l'italiano così", leggendo quei fumettini, memorizzando le parole e i verbi utili tra un'onomatopea e l'altra, tra una battuta e l'altra. Ricordo la ineguagliabile luce bianca del mattino che faceva sembrare la sabbia di zucchero e il mare dalle onde lente e sinuose dello stesso colore del cielo, di un'allegria sfavillante, come se nella natura si celasse la felicità vera del popolo cubano. Quel mare e quel cielo sorridenti che mai tradivano la malinconia che invece c'era e che vedevamo...

Una spiaggia di Playa del Este, Cuba.

...Negli spazi desolatamente vuoti dei negozi chiusi, delle vetrine inutili, delle farmacie sfornite. Le cose che mancavano a Cuba si vedevano: a volte facevano sorridere, come i vetri dei finestrini di un'auto in centro a l'Avana, a volte, invece, non facevano sorridere per niente.


Un'automobile a cui mancano, forse volutamente, i vetri ai finestrini, La Habana, Cuba.
Gli spazi da percorrere, per raggiungere una cremita - così chiamavano le donne cubane i campioncini di crema e profumo-, un vestitino in regalo, un salvagente colorato per il bambino. Si camminava anche con una bicicletta sgangherata appreso per poterla forse barattare con un orologio italiano, si camminava per tanti chilometri con delle arance e dei manghi in un sacchetto di plastica e i bambini per mano o in braccio per raggiungere il dottore che aveva una medicina che a Cuba non si trovava. Nella Cuba di Fidel si camminava, e tanto, per avere una possibilità. Camminava chi sapeva che la rivoluzione avrebbe salvato Cuba dal capitalismo e camminava chi, nelle gigantografie "del Che", non riusciva proprio a vederla, la pace.