Thursday, November 6, 2014

I danzatori Sasak sotto la luna di Lombok

Tramonto su una spiaggia sull'isola di Lombok, Indonesia.



video Danzatori Sasak a Lombok

Sull'isola di Lombok era una sera come tante altre, bellissima. Le onde basse e delicate del mare strisciavano silenziose sulla sabbia della riva che all'indomani mattina sarebbe stata lontana, scoprendo al sole piccoli tesori emersi: straordinarie stelle marine, sassolini levigati e conchiglie tonde o appuntite che sempre cantavano la voce del mare. 

Quella sera, però, la riva era ancora vicina e noi stavamo in ascolto della sua musica flebile che ci cullava insieme alla brezza serale. Mi strinsi un po' nel mio scialle rosato e vidi avvicinarsi a noi delle esili figure che camminavano piano, ma allegramente. Alcune di loro portavano degli strumenti leggeri, come piccoli tamburi e flauti; altre invece indossavano lunghi abiti sciancrati e procedevano a braccetto, parlottando e ridendo in una lingua sconosciuta. Erano danzatori e suonatori Sasak.

La popolazione Sasak abita prevalentemente l'isola di Lombok, nel sud est dell'Indonesia e si caratterizza per la dedizione alla religione musulmana differenziandosi così dalla maggioranza indù dei Balinesi. L'isola fu convertita all'Islam tra il XVI e XVII secolo, sotto l'influenza di Sunan Giri, uno dei Wali Sanga, ossia "santi riveriti" dall'Islam indonesiano, il quale favorì la diffusione di una religione che inglobasse le principali credenze musulmane con alcuni riti indo-buddhisti. Proprio questo mescolarsi di culture e tradizioni è ciò che rende l'isola di Lombok unica e indimenticabile. La magia della natura, l'equilibrio e i colori dell'induismo, la timidezza e i veli dell'Islam e il profumo, il delicato, inevitabile ed eterno profumo che emana tutta l'Indonesia e che ritorna tra le narici anche a distanza di tempo, che ti avvolge dal primo istante e non se ne va più.

Quando le luci si accesero graduali sul quadrato soppalco di legno lucido che sarebbe stato il loro teatro, i nostri occhi si voltarono curiosi verso quei giovani artisti. I musicisti si sedettero sulla sabbia ancora tiepida e incominciarono a battere colpi ritmati e meccanici sui loro tamburi mentre i danzatori si disposero in una fila incurvata. Erano tutti ragazzi di Lombok, tra loro c'era anche un bambino. Mai intimidito dai nostri sguardi, si  muoveva spavaldo coi più grandi senza incertezza alcuna, avvolto nel suo abitino tradizionale di guerriero. Il primo di quella curiosa fila, invece, era un ragazzo che impugnava un bastone dall'estremità bombata e dai colori sgargianti sul rosso, arancione e giallo. Si posizionò in piedi a gambe divaricate, un po' accovacciato, le spalle larghe, le forti braccia ben salde. Dietro di lui, due ragazze dell'isola tenevano appoggiata alla mano destra una scatoletta mentre con la sinistra decoravano l'aria con le loro dita in movimento rapide e controllate, le teste scattanti e pronte alla danza non appena i piatti avrebbero suonato più rapidi e vicini.

I suonatori erano ora seri e concentrati sui loro strumenti, ora un po' incuriositi dal piccolo pubblico che li circondava. C'era chi suonava un sottile flauto di bambù con note acute e vibrate, chi invece si occupava dei piatti, battendoci sopra altri due piattini più piccoli con intensità e precisione. Un altro suonatore, invece, con una bellissima orchidea bianca trai capelli, faceva suonare i piatti, un po' distratto,  con un bastoncino di legno scuro. Il giovane suonatore di tamburo pareva instancabile, lo sguardo fisso a terra, gli occhi socchiusi e le mani abili, rapide e sicure sulla pelle del suo strumento. Tutti loro, i loro strumenti e la voce discendente di una delle danzatrici formavano una piccola gamelan, tanti pezzi intonati per suonare insieme. La parola deriva dal verbo del dialetto giavanese "percuotere con un mazzuolo", probabilmente in riferimento ai continui rintocchi dei piatti o dei tamburi a cui seguono contemporanei movimenti isolati e bloccati dei danzatori.

Questi ultimi, che fino a quel momento avevano continuato a muoversi in cerchio, si fermarono per sedersi uno di fronte all'altro in due file parallele. Le danze Sasak sono, infatti, un'alternanza fluida tra movimenti energici e scattanti e altri più pacati e lenti, posizioni innaturali e spigolose contrapposte e movimenti rotatori e morbidissimi. I due danzatori camminavano sui talloni, la gambe e le braccia allargate e flesse, trattenendo tra le mani un piatto bastone di legno chiaro, forse l'arma di una storia dei guerrieri che rappresentavano. Le ragazze invece camminavano a piedi piatti, appoggiandosi sui talloni nudi solo a fine camminata.

Danzarono una danza concentrica e fluida su una musica instancabile, continua. Il pubblico li seguì attento fino alla fine, quando, ridendo, i danzatori Sasak scomparvero rapidi lungo la spiaggia, come fossero fatti di sabbia loro stessi, nel buio della sera inoltrata. Ancora oggi, quando penso all'isola di Lombok, scopro di non aver mai dimenticato quella musica e quella gestualità elegante e incantata, quei significati nascosti in cinque dita che vibrano, in un passo sicuro, in una voce che stride. 


Thursday, October 23, 2014

La mia danza è un viaggio infinito

Stasera mi sento di scrivere di un viaggio un po' diverso dal solito, che non si fa prendendo un aereo, né l'automobile. Si tratta di un viaggio che si fa coi proprio piedi, le proprie braccia, la propria schiena; che si fa con la mente, con i pensieri, con la ragione e con tutti i sentimenti che spuntano, schizzano, irrompono da ogni parte. Questo viaggio è la danza, per chi sa di cosa parlo, per chi non ne vuole sapere, per chi non ci pensa neanche a ballare - "che stupidaggine!" oppure "sono negato!"- e per chi invece non  farebbe nient'altro dalla mattina alla sera.


La danza è stato un viaggio per me, incominciato quando avevo cinque anni e la mamma mi ha portata alla mia prima lezione di danza classica. Ne sono passati di anni da quel giorno, non troppi, ma tanti sì. E questa sera, per la prima volta in così tanto tempo ho sentito una tale amarezza, una frustrazione silenziosa, una rabbia vecchia, brutta ma ancora forte, che mi ha afferrato le caviglie, mi ha intrappolato le braccia e, per la prima volta in tanti anni, mi ha fatto gettare la spugna, mi ha fatto arenare, mi ha fatto smettere, smettere di ballare. Sì, per pochi secondi mi sono fermata, immobile, come mi ero ripromessa di non fare mai. 



Ho pianto di un pianto altalenante, parlato parole attorcigliate, ascoltato opinioni in disaccordo e pensieri più ampi e più antichi, che erano lì da tempo, in agguato, pronti a svignarsela dal controllo, ad aspettare quella nota, quel conteggio, quel suono di voce, per evadere e mettere tutto in disordine, In questo caos capitato dentro al cuore in un attimo, tra occhi imbarazzati e sguardi iracondi, per la prima volta in tutta la mia vita ho pensato di fermarmi, ben più a lungo di quei pochi secondi, di fermarmi e basta. 



Una volta ho visto un bambino che voleva solo ballare. Si muoveva leggero e deciso con le sue gambette cicciotte, il suo corpicino minuscolo, la sua testolina rotonda, con quella spensieratezza che ho sempre cercato nella danza. Ballava, per sé e per la sua mamma, "per fare le persone felici", diceva. Ballava, ed era felice, quel bambino. Ballava ed era felice. 



Una volta ho visto una ragazza incredibile, a cui la vita più cattiva aveva tolto le gambe in un grave incidente. Ballava e rideva, di quella gioia che ho sempre cercato nella danza. Ballava e rideva quella ragazza senza gambe. Ballava e rideva. 



Una volta ho visto un ragazzo, la maglietta un po' larga, un cappellino sbarbatello. Una canzone iniziò e quel ragazzo si trasformò in una creatura di musica, muovendo ogni parte di sé, dentro di sé, intorno a sé. Ballava e cercava i sorrisi degli altri, quel divertimento inspiegabile tra il corpo e le note, i battiti, le pause, che ho sempre cercato nella danza. Ballava e cercava sorrisi quel ragazzo. Ballava e cercava sorrisi.



Una volta ho visto un uomo solo. Le linee del volto vissuto, gli occhi profondi e leggeri come le sue braccia che disegnavano linee nell'aria e abbracciavano qualcuno che non c'era più. Ballava e viveva la vita che sognava, oltre il dolore,  in quella consolazione che ho sempre cercato nella danza. Ballavano e vivevano quell'uomo e sua moglie. Ballavano e, solo così, vivevano.



Una volta ho visto un vecchio signore, i capelli candidi, il passo incerto, la voce tremante come il bastone su cui si appoggiava. Ballava e sentiva quella libertà travolgente che ho sempre cercato nella danza. Ballava e sentiva quel vecchio signore. Ballava e sentiva.



Poi ho ripensato a me stessa, al perché mi sono fermata stasera. E così, solo così, ho capito che è tutta una finta, che quello che si vede non è vero, perché io non ho mai smesso di ballare. Ho smesso di muovermi, di eseguire, di inghiottire un'emozione esagerata, come quando si morsica un pezzo di pane troppo grosso e per inghiottirlo bisogna bere, bere tanto. E io, di bere quest'acqua che serve, non ho mai smesso.



Io ballo per questo, per una giostra di sentimenti che a volte non so definire. Ballo per questo, con tutto questo e anche di più: un carico leggero che a volte pesa sulle spalle, sulla mia schiena un po' storta, sopra le mie gambe un po' corte, contro le mie caviglie un po' gonfie. Io questo carico lo voglio insegnare! Voglio gridare che la mia danza è un viaggio infinito che punta dritto al cuore. Voglio fare sapere che la mia danza deve essere di tutti, nessuno escluso. Deve far ridere fino alle lacrime, gioire di salti e di abbracci, scacciare il dolore con la musica.

Ci ho pensato e ho deciso: NON SMETTERò MAI DI BALLARE, con la felicità a cui anelo, con la gioia che sento, con il sorriso che porto, con la consolazione che necessito, con la vita che ho, non smetterò mai di ballare.

Alcune delle mie scarpette da punta, conservate in questi anni di danza.

Friday, October 17, 2014

Immaginare la vita a Salonicco


Veduta dal porto della Torre Bianca, Thessaloniki.

Questa storia incominciò quando una bambina venne al mondo e il suo papà volle darle un nome importante. Il giorno della sua nascita, infatti, non era stato un giorno come tanti, ma uno speciale, di vittoria, nike. Ma vittoria su cosa? Vittoria di chi? La vittoria su un popolo che abitava la Grecia antica, i Tessali; da parte di un papà che era il Re di Macedonia, Filippo II. La bambina fu chiamata Tessalonica, una principessa destinata a sposare re Cassandro di Macedonia, ancora ignara che il suo nome sarebbe diventato, non molto tempo dopo, nel 315 a.C., una città.




Torre Bianca, Thessaloniki.

Il primo giorno che la mia amica Christianna ed io passammo a Thessaloniki (Θεσσαλονίκη, Salonicco) fu un giorno di settembre e di pioggia. Camminammo lungo il mare fino alla Torre Bianca, fortificazione del XV secolo, terrificante prigione di condannati a morte e torturati, la Kanli-Kule (Torre del Sangue) dell'epoca ottomana, oggi inconfondibile simbolo eterno della città, la Beyaz-Kule (Torre Bianca) che l'ergastolano Nathan Guéledi nel 1890 dipinse interamente di bianco, guadagnandosi la sua libertà.




"Ombrelli" di Giorgos Zogolopoulos, lungomare di Thessaloniki.
Oltre la torre, il mare continuava, e anche noi camminammo a lungo - i piedi bagnati, un ombrellino rosso tra le mani - fino ad una scultura surreale ma così verosimile in quella giornata umida di gocce e nuvoloni, proprio come aveva voluto il centenario scultore Giorgos Zogolopoulos che anni prima, nel 1997, aveva costruito quei suoi "Ombrelli", sul lungomare di Thessaloniki. In un tempo "pieno di contraddizioni", come lui stesso definiva i giorni nostri, i suoi ombrellini scuri che spiccano il volo leggeri e ordinati ci stupirono, ci fecero sorridere, dandoci quella motivazione che, diceva Zogolopoulos, "nell'arte può sembrare una musica". E quel giorno la pioggia su Thessaloniki fu davvero come una musica che si mescolava alle calme onde del mare, ai rumori confusi di una città che è la seconda in grandezza in tutta la Grecia ma che ci sembrò non aver mai perso la sua semplicità di paese, aver ereditato la calma e il languore ottomano insieme alla bellezza chiara e ariosa dei Greci.


Statua di Alessandro Magno, lungomare di Thessaloniki.

Al di là degli ombrelli, scorgemmo una figura scura e imponente, che si stagliava impavida nell'orizzonte grigio-azzurro del cielo nuvoloso. Alessandro Magno, in tutta la gloria di Imperatore di Macedonia, sul suo insostituibile cavallo Bucefalo, rivissuto in una statua che troneggia sull'orizzonte del mare, come il Μέγας Ἀλέξανδρος (Mégas Aléksandros), il Grande, trionfò sul mondo antico, cambiandone per sempre le sorti. 

Statua di Aristotele,
Piazza Aristotelus, Thessaloniki.

Più indietro, si apre la piazza Aristotelus, dove troneggia immobile ed eterna la statua bronzea dell'immortale Aristotele. Disegnata nel 1918 dall'urbanista francese Ernest Michel Hébrard, la piazza pare volersi protendere verso il mare fin quasi a toccarne con reverenza i flutti. Si apre sul mondo, la piazza Aristotelus, come a mostrare che il viaggio non finisce mai, che bisogna continuare a camminare, a nuotare, a navigare. Dall'alto la piazza è una forma squadrata, essenziale, ma accogliente; animata ogni giorno e ogni sera da persone che passeggiano, la attraversano, si siedono al suo lato; punteggiata da uccelli che vi si posano alla ricerca di briciole; da chi vuole vendere qualcosa, suonare. E' l'aria che si respira sulla piazza Aristotelus ad essere unica al mondo, è la brezza che viene dal mare che indirizza lungo la sua costa, come la corrente pacata di un fiume di aria e schizzi.


Veduta dall'alto della Piazza Aristotelus, Thessaloniki.

Nei giorni che seguirono, Christianna ed io ci addentrammo nelle strade in salita e discesa della città, cercammo di scoprirne gli angolo più impensati. Il nostro secondo giorno a Thessaloniki fu una giornata di sole, un calore settembrino ma ancora ardente come quello dell'estate più piena. Salimmo sulla cima della Torre Bianca e ci perdemmo nella brezza marina che ci pettinò i capelli e ci rinfrescò la pelle accaldata. Immaginavamo la vita a Thessaloniki, in una casa con un balcone, affacciata sul lungomare, da dove lanciare lo sguardo fino alla bella e trina penisola  Chalkidikì (Χαλκιδική). Immaginavamo le mattine al sapore di  Bougàtsa (Μπουγάτσα), le sfoglie ripiene di crema spruzzate di cannella che si mangiano al mattino a Thessaloniki, i pomeriggi di caffé e di giri al Mercato Modiano, pieno di colori, parole e odori, come quello del pesce fresco, delle spezie turche, della frutta lucida e grande. Immaginavamo la vita a Thessaloniki, guardando ammirate giù verso la città, da un po' più vicino al cielo.


Panorama dalla cima della Torre Bianca, Thessaloniki.

Una sera prendemmo un autobus verso la città vecchia. Arrivammo sul far del tramonto al castello, alle sue dignitose rovine che ancora dopo secoli e secoli parlano di Bisanzio. Quando le luci calarono, il nostro sguardo si smarrì nella moltitudine che ci trovammo davanti, una distesa vibrante di luci che disegnavano un percorso immaginario a ritroso nei secoli, tanto da quasi poter vedere le antiche mura scomparse, lo splendore dell'epico Alessandro e l'immortale nitrito di Bucefalo. 


Panorama della città dal castello, città vecchia, Thessaloniki.

Una città che glorifica, Thessaloniki, con le sue statue, i suoi frammenti di storia dei secoli addietro, adagiati in un sito moderno, vivido, dove il tempo segue le mode, le ragazze indossano gli abiti più eleganti di tutta la Grecia, dove i caffé si riempiono nel pomeriggio e le sere sono vivaci, fatte di chiacchiere e risate, di stare insieme tutti i giorni perché è così che si vive la vita, a Thessaloniki, come fosse sempre domenica.

Saturday, September 20, 2014

Cucina greca: Zuppa con Trahanas

Dopo una vivacissima ed indimenticabile vacanza a Thessaloniki, nella Macedonia greca, sono rientrata in Italia con in valigia un bel pacchettino di Trahanas, su consiglio della mia cara amica Christianna. Si tratta di una tipologia di cibo disidratato ottenuto da una miscela di grano che dà origine a una sorta di "pasta" greca. Vi propongo oggi una squisita ricetta che vede la "pasta" Trahanas protagonista in una zuppa greca tipica del periodo invernale ma dagli ingredienti che possiedono i colori e la freschezza dell'estate.

Come appare la "pasta" Trahanas

Ingredienti (per 4 persone):

1 tazza di Trahanas
8 tazze di brodo vegetale
3 pomodori tagliati a pezzettini
feta greca
prezzemolo
pepe




Mettere in una pentola i Trahanas, il brodo, i pezzettini di pomodoro. Portare a ebollizione, mescolando di tanto in tanto. Abbassare la fiamma e cuocere per venti minuti, mescolando spesso per evitare che i Trahanas si attacchino al fondo. Se l'acqua si riduce nella cottura, aggiungere altro brodo a piacere (a seconda della preferenza di una zuppa più o meno brodosa). A fine cottura aggiungere del prezzemolo tritato e mescolare bene. 
Condire con un pochino di pepe e servire. Guarnire con delle foglie di prezzemolo e, importantissima, la feta sbriciolata sopra. 

Zuppa di Trahanas, pomodori e feta.





Friday, July 25, 2014

Seven Sisters: le bianche scogliere inglesi

Visuale delle Seven Sisters, Beachy Head.
Ho scritto il mio nome su un sasso a Beachy Head, col gesso della spiaggia davanti all'oceano. L'ho scritto per ricordarmi di essere stata lì e forse ritrovare quel sasso quando ritornerò. Mi sono seduta su una panchina di legno chiaro nel prato che ammira la spiaggia di pietre di gesso e conchiglie di sasso davanti all'oceano.

La casetta di Beachy Head.















Poco più in alto, c'è una casa di mattoni. E' dipinta di bianco, pare di perla al mio sguardo abbacinato dal vento e dal sole, quel sole che scompare e poi torna più forte e brillante di prima, scaldando le punte dei nasi, le orecchie nascoste in un cappuccio pesante, le dita un po' sporche di terra e di prato. La casa di perla è immersa in un fiume di fiori, rossi, gialli, violetti, ordinati in cespugli ribelli che sfuggono e svettano dal prato sgargiante, intrecciandosi a foglie e cespugli, corolle e pistilli, al di là di un basso cancello di legno sbiadito, instabile ingresso ad una vita di gesso e di onde.


La panchina di Anne e Tim, Beachy Head.
La vita è la vita di Anne e di Tim che nel sole dorato del giorno camminano piano verso la cima di Beachy Head. Le anziane mani intrecciate, le gambe più lente ma forti, gli occhi un po' umidi e grandi che vedono chiaro e lontano, fino ad oltre quel tempo che scorre più piano che nel resto del mondo a Beachy Head, fino ad oltre le bianche scogliere che frenano il moto dell'acqua sciogliendosi immobili nei giorni, negli anni.


Targhetta in memoria di Anne e Tim.
Camminano insieme, Anne e Tim, sedendosi infine su una vecchia panchina di legno chiaro. Parlano sempre, raccontandosi storie infinite delle loro giornate e degli anni passati, immaginando il mondo al di là dell'oceano e guardando la vita al di qua delle scogliere di gesso.

Poi arriva un sole assonnato che ruba discreto ogni lettera e suono. Le scogliere si ombreggiano, si fa opaco il loro bianco vistoso, si coprono d'ombra le verdi colline, si sveglia il vento serale soffiando le nubi cerulee verso l'oceano che continua, instancabile, il suo moto infinito.

Si addormentano le Seven Sisters, le sette sorelle, una ad una, ed un manto notturno si stende sui loro picchi friabili, sulle loro curve ineguali, sugli umidi spruzzi di onda che solleticano le rocce, schizzano gli scogli. Si addormentano anche Anna e Tim tre le bianche coperte di nuvole, in una bianca casa di perla, su una bianca scogliera di gesso. Poi io mi risveglio da un sogni a occhi aperti sulla stessa panchina di legno chiaro che già un tempo ascoltava i piccoli tonfi dei passi sull'erba, lo strofinio dei vestiti riempiti di vento, i respiri sopiti di coniglietti marroni, i sogni pensati di chi, come Anne, come Tim, come me, amava la vista che ci si era dipinta dinnanzi, a Beachy Head. 
Visuale dalla panchina di Anne e Tim, Beachy Head.

Friday, May 9, 2014

Cucina cretese: Boureki, Tiganià e Dakos

Del mio viaggio sull'isola di Creta con le mie amiche Christianna ed Ilia, non posso fare a meno di ricordare gli squisiti sapori estivi di alcuni piatti tipici che ho poi riprodotto a casa con gli ingredienti a disposizione. 



BOUREKI

Il mio piatto preferito in assoluto della tradizione della città di Chania si chiama μπουρεκι (pronuncia: buréki). Si tratta di uno sformatino di zucchine e patate, di solito privo di crosta in sfoglia, arricchito dal dolce salame myzithra, simile alla ricotta italiana ma leggermente più salato, come fosse un figlioletto di ricotta italiana e feta greca. La torta salata boureki non ha una consistenza compatta e facilmente distribuibile in fettine precise e contenute, ma piuttosto è uno sformatino morbido, con una crosticina in cima di farina e sesamo.

Eccovi la ricetta.



Ingredienti:


- zucchine, patate e formaggio myzithra (o ricotta con feta greca, in sostituzione)       nella stessa quantità
- 1 cucchiaio di olio di oliva
- 1 manciata di foglioline di menta fresca
- farina bianca
- latte
- sesamo

Tagliare le zucchine a rondelle fini e farle passare grossolanamente nella farina. Tagliare le patate, precedentemente bollite, a fette sottili. Mescolare il formaggio fino a farne una crema, unendo anche un po' di latte per rendere il tutto meno compatto. Unire al composto le le foglioline di menta sminuzzate e il cucchiaio di olio.

In una terrina posizionare alternati uno strato di patate, uno di zucchine e uno del composto ottenuto, mantenendo come ultimo strato il composto. Aggiungere in ultimo i semi di sesamo. 
Cuocere in forno per circa 40 minuti a 180°.

TIGANIA

Un secondo piatto che mi è piaciuto moltissimo è il τηγανια (pronuncia: tiganià). Si tratta di un piatto di carne, maiale e salsiccia. Eccovi gli ingredienti ed il procedimento.


Ingredienti:

- carne di maiale
- salsiccia
- cipolla rossa
- τσίπουρο (pronuncia: zipùro = tradizionale grappa bianca greca diffusa nell'isola di     Creta)
- sale
- pepe
- paprika
- senape
- olio di oliva

Rosolare la carne in olio di oliva per 5-6 minuti, finché la carne non si colora ai lati.
Aggiungere la cipolla rossa tagliata a pezzetti sottili e rosolare per circa 4 minuti. Condire con sale, pepe un pizzico di e paprika. Diluire in una ciotola la senape con dell'acqua e versare il liquido sulla carne. Versare infine il  τσίπουρο e lasciare cuocere per altri 6-7 minuti per assorbire parte del liquido. Servire caldo.


DAKOS

Una terza ricetta è invece molto semplice e veloce, realizzata senza il bisogno di cucinare. Sono i ντάκος (pronuncia: dakos), le cosiddette "bruschette grece", simili alle friselle della tradizione pugliese.

Ingredienti:

- dakos 
- pomodori
- feta 
- olio di oliva
- origano

Immergere i dakos in una ciotolina riempita con due dita d'acqua in modo che assorbano l'acqua e si ammorbidiscano. Grattuggiare i pomodori lasciando scolare l'acqua in eccesso o, se i dakos sono ancora duri, usarla per ammorbidirli. In alternativa, tagliare i pomodori a fette sottili e adagiarle sopra i dakos. Sbriciolare sopra i pomodori la feta e condire con origano e olio di oliva. Decorare a piacere con olive o, se piacciono,  peperoni verdi freschi a listarelle. Mangiare così i dakos, freschi, o scaldarli per una "versione calda" della ricetta.

I nove figli del drago e altre fortune nella numerologia cinese

Mancavano pochi giorni al Capodanno cinese che quell'anno cadeva il 31 gennaio e una sera, durante la nostra abituale cena insieme, la mia amica cinese Shuang mi spiegò perché il numero nove è un numero fortunato nel suo Paese. Ogni volta che Shuang mi raccontava qualcosa della Cina, rimanevo incantata dalla sua voce sicura e avvolgente e mi divertiva vederla cercare lo sguardo della nostra più timida amica Huiting, anche lei cinese, per spronarla a dire la sua versione shanghainese delle tradizioni raccontate. Quella sera, davanti ad una zuppa di spinaci, uovo e tofu, che loro gustavano lentamente con le loro bacchettine di legno, parlammo a lungo del loro immenso Paese, che avevo avuto l'occasione di visitare anni prima per un breve periodo di tempo e che mi aveva lasciato tanti quesiti e voglia di scoprire di più della Cina, ricca di leggende, favole e stranezze.
La statua di un drago di bronzo
nella Città Proibita di Pechino.

Durante la dinastia Ming 明朝 (1368-1644), mi spiegò Shuang, si iniziò a raccontare dei nove figli del Drago. La mia amica non ne ricordava nomi e caratteristiche a memoria ma i suoi ricordi scatenarono in me grande curiosità riguardo questa tradizionalissima leggenda, tanto che andai a ricercare successivamente quali peculiari draghetti fossero i figli del grande Drago cinese. Shuang, bravissima cuoca e buongustaia, ricordava bene il quinto figlio, Tao Tie, spesso rappresentato in Cina su tazze e stoviglie, essendo il draghetto dell'atto del mangiare. Il figlio maggiore, Bi Xi, è invece un drago ibrido, dal corpo di tartaruga, la cui fortezza e stabilità gli permettono di trasportare pesi sovra umani e perciò è spesso rappresentato alla base di colonne e strutture.

Al sentire nominare i figli del Drago, il nostro amico cinese Bright, appena entrato di passaggio nella sala da pranzo, intervenne citando il suo drago preferito, Baxia, il sesto, nuotatore provetto e protettore dei corsi d'acqua. Come Baxia protegge dalle inondazioni, il secondo figlio del Drago, Chi Wen, è responsabile delle precipitazioni, in contrasto con Suan Mi, l'ottavo figlio, amante del fuoco e delle fiamme. Leggo poi, nelle mie ricerche, del forte ruggito di Pu Lao, il terzo figlio, e della passione per la musica di Qiu Niu, il nono drago. E infine l'equità e la ragionevolezza di Un Bi, responsabile dei luoghi di giustizia, e il valore bellico del battagliero Ya Zi, settimo figlio del Drago, la cui immagine su spade e lance donerebbe immortalità ai prodi combattenti.

"Non è solo il nove un numero fortunato!", aggiunse Bright, ormai accattivato dalla nostra conversazione e interessato a contribuire con la sua versione della tradizione cinese. Shuang e Huiting annuirono in accordo, e alternando una voce all'altra mi spiegarono che anche il numero sei era simbolo di grande fortuna, significando fluidità e scorrevolezza delle cose della vita. La pronuncia di tale numero è, infatti, così simile al verbo "scorrere" 流 (pronuncia: liù) da far pensare che il numero stesso abbia risentito di questo verbo, così rilassante e purificante, tanto da renderlo numero fortunato.

Shuang e Huiting mi spiegarono, inoltre, che il numero nove, essendo la maggiore delle unità numeriche, è un numero a cui si deve grande rispetto e su cui si fa molto affidamento in Cina. Per farmi comprendere quanta venerazione ci fosse per quel numero, le mie amiche fecero un nome che mi riportò alla mente ricordi di una nebbia umida e fitta, di un mattino d'agosto di rumori e spazi, storie di immagini antiche e filmografie:  la Città Proibita di Pechino. Si affollarono nella mia mente gli edifici imponenti ed immobili delle dinastie Ming e Qing, costruiti tra il 1406 e il 1420, dimora impenetrabile di ventiquattro imperatori cinesi fino al 1924 quando il generale Feng Yuixiang spodestò definitivamente il potere imperiale ordinando la cacciata di Aisin Gioro Pu Yi e della sia famiglia. 

Porta Meridiana, Ingresso alla Città Proibita di Pechino.

Mi immaginai in quel momento, come allora, davanti alla Porta Meridiana, ingresso alla Città Proibita, in attesa di scorgere il bambino Pu Yi, incoronato a soli tre anni Imperatore della Cina, vestito di seta gialla e con un copricapo di pelo scuro, ancora un po' grande per la sua testolina tonda di bambino re. Sollevando gli occhi verso il maestoso complesso, mi sembrò di vedere le nove file di nove borchie metalliche sulla vasta porta d'ingresso; il tipico tetto a spioventi decorato da ben nove figure animalesche; come nove sono anche le travi delle torri angolari, diciotto le loro colonne e settantadue i loro spioventi. "Tutti i multipli di nove sono fortunati", aggiunse, infatti, Huiting, in quella umida e appannata visione che ci aveva colto tutti, inaspettata, al rievocare una Cina mai vissuta da nessuno di noi. "Solo nella Città Proibita avrebbe potuto comparire così insistentemente il numero nove", aggiunge Shuang solenne, "perché è simbolo di potenza ineguagliabile di cui solo l'Imperatore cinese disponeva".


Lasciati i ricordi di un passato  Bright decise poi di nominare il numero otto, per completare la tripletta vincente delle unità fortunate cinesi. La pronuncia della parola otto, infatti, è simile al carattere cinese 发 (pronuncia: fa), indicatore di successo e fortuna. Nelle mie ricerche successive alla conversazione, trovai poi una notizia curiosa: i Giochi Olimpici del 2008 a Pechino sono iniziati alle 8.08 di sera dell' 8.08.2008.


L'augurio mandatomi dalla mia amica Shuang: il "fu", ovvero. tutte le cose più belle del mondo.
Più di un anno dopo la mia conversazione sui numeri fortunati cinesi con Shuang, Huiting e Bright, ricevetti un messaggio da Shuang, proprio il giorno prima della Vigilia del Capodanno cinese, che quell'anno cadeva il 10 febbraio. La mia amica mi mandò il disegno di un carattere cinese, "fu", dal significato immenso ed inesauribile. "Questo carattere rappresenta tutte le cose belle del mondo che tu puoi immaginare", mi spiegò Shuang, e mi sembrava di sentirla e vederla davanti a me, entusiasta delle tradizioni più fiabesche e consolanti del suo grande Paese.  "Voglio mandare a te e alla tua famiglia tutte le cose più belle del mondo e i miei migliori auguri!", mi scrisse, "Buon Capodanno Cinese!".