Thursday, October 23, 2014

La mia danza è un viaggio infinito

Stasera mi sento di scrivere di un viaggio un po' diverso dal solito, che non si fa prendendo un aereo, né l'automobile. Si tratta di un viaggio che si fa coi proprio piedi, le proprie braccia, la propria schiena; che si fa con la mente, con i pensieri, con la ragione e con tutti i sentimenti che spuntano, schizzano, irrompono da ogni parte. Questo viaggio è la danza, per chi sa di cosa parlo, per chi non ne vuole sapere, per chi non ci pensa neanche a ballare - "che stupidaggine!" oppure "sono negato!"- e per chi invece non  farebbe nient'altro dalla mattina alla sera.


La danza è stato un viaggio per me, incominciato quando avevo cinque anni e la mamma mi ha portata alla mia prima lezione di danza classica. Ne sono passati di anni da quel giorno, non troppi, ma tanti sì. E questa sera, per la prima volta in così tanto tempo ho sentito una tale amarezza, una frustrazione silenziosa, una rabbia vecchia, brutta ma ancora forte, che mi ha afferrato le caviglie, mi ha intrappolato le braccia e, per la prima volta in tanti anni, mi ha fatto gettare la spugna, mi ha fatto arenare, mi ha fatto smettere, smettere di ballare. Sì, per pochi secondi mi sono fermata, immobile, come mi ero ripromessa di non fare mai. 



Ho pianto di un pianto altalenante, parlato parole attorcigliate, ascoltato opinioni in disaccordo e pensieri più ampi e più antichi, che erano lì da tempo, in agguato, pronti a svignarsela dal controllo, ad aspettare quella nota, quel conteggio, quel suono di voce, per evadere e mettere tutto in disordine, In questo caos capitato dentro al cuore in un attimo, tra occhi imbarazzati e sguardi iracondi, per la prima volta in tutta la mia vita ho pensato di fermarmi, ben più a lungo di quei pochi secondi, di fermarmi e basta. 



Una volta ho visto un bambino che voleva solo ballare. Si muoveva leggero e deciso con le sue gambette cicciotte, il suo corpicino minuscolo, la sua testolina rotonda, con quella spensieratezza che ho sempre cercato nella danza. Ballava, per sé e per la sua mamma, "per fare le persone felici", diceva. Ballava, ed era felice, quel bambino. Ballava ed era felice. 



Una volta ho visto una ragazza incredibile, a cui la vita più cattiva aveva tolto le gambe in un grave incidente. Ballava e rideva, di quella gioia che ho sempre cercato nella danza. Ballava e rideva quella ragazza senza gambe. Ballava e rideva. 



Una volta ho visto un ragazzo, la maglietta un po' larga, un cappellino sbarbatello. Una canzone iniziò e quel ragazzo si trasformò in una creatura di musica, muovendo ogni parte di sé, dentro di sé, intorno a sé. Ballava e cercava i sorrisi degli altri, quel divertimento inspiegabile tra il corpo e le note, i battiti, le pause, che ho sempre cercato nella danza. Ballava e cercava sorrisi quel ragazzo. Ballava e cercava sorrisi.



Una volta ho visto un uomo solo. Le linee del volto vissuto, gli occhi profondi e leggeri come le sue braccia che disegnavano linee nell'aria e abbracciavano qualcuno che non c'era più. Ballava e viveva la vita che sognava, oltre il dolore,  in quella consolazione che ho sempre cercato nella danza. Ballavano e vivevano quell'uomo e sua moglie. Ballavano e, solo così, vivevano.



Una volta ho visto un vecchio signore, i capelli candidi, il passo incerto, la voce tremante come il bastone su cui si appoggiava. Ballava e sentiva quella libertà travolgente che ho sempre cercato nella danza. Ballava e sentiva quel vecchio signore. Ballava e sentiva.



Poi ho ripensato a me stessa, al perché mi sono fermata stasera. E così, solo così, ho capito che è tutta una finta, che quello che si vede non è vero, perché io non ho mai smesso di ballare. Ho smesso di muovermi, di eseguire, di inghiottire un'emozione esagerata, come quando si morsica un pezzo di pane troppo grosso e per inghiottirlo bisogna bere, bere tanto. E io, di bere quest'acqua che serve, non ho mai smesso.



Io ballo per questo, per una giostra di sentimenti che a volte non so definire. Ballo per questo, con tutto questo e anche di più: un carico leggero che a volte pesa sulle spalle, sulla mia schiena un po' storta, sopra le mie gambe un po' corte, contro le mie caviglie un po' gonfie. Io questo carico lo voglio insegnare! Voglio gridare che la mia danza è un viaggio infinito che punta dritto al cuore. Voglio fare sapere che la mia danza deve essere di tutti, nessuno escluso. Deve far ridere fino alle lacrime, gioire di salti e di abbracci, scacciare il dolore con la musica.

Ci ho pensato e ho deciso: NON SMETTERò MAI DI BALLARE, con la felicità a cui anelo, con la gioia che sento, con il sorriso che porto, con la consolazione che necessito, con la vita che ho, non smetterò mai di ballare.

Alcune delle mie scarpette da punta, conservate in questi anni di danza.

Friday, October 17, 2014

Immaginare la vita a Salonicco


Veduta dal porto della Torre Bianca, Thessaloniki.

Questa storia incominciò quando una bambina venne al mondo e il suo papà volle darle un nome importante. Il giorno della sua nascita, infatti, non era stato un giorno come tanti, ma uno speciale, di vittoria, nike. Ma vittoria su cosa? Vittoria di chi? La vittoria su un popolo che abitava la Grecia antica, i Tessali; da parte di un papà che era il Re di Macedonia, Filippo II. La bambina fu chiamata Tessalonica, una principessa destinata a sposare re Cassandro di Macedonia, ancora ignara che il suo nome sarebbe diventato, non molto tempo dopo, nel 315 a.C., una città.




Torre Bianca, Thessaloniki.

Il primo giorno che la mia amica Christianna ed io passammo a Thessaloniki (Θεσσαλονίκη, Salonicco) fu un giorno di settembre e di pioggia. Camminammo lungo il mare fino alla Torre Bianca, fortificazione del XV secolo, terrificante prigione di condannati a morte e torturati, la Kanli-Kule (Torre del Sangue) dell'epoca ottomana, oggi inconfondibile simbolo eterno della città, la Beyaz-Kule (Torre Bianca) che l'ergastolano Nathan Guéledi nel 1890 dipinse interamente di bianco, guadagnandosi la sua libertà.




"Ombrelli" di Giorgos Zogolopoulos, lungomare di Thessaloniki.
Oltre la torre, il mare continuava, e anche noi camminammo a lungo - i piedi bagnati, un ombrellino rosso tra le mani - fino ad una scultura surreale ma così verosimile in quella giornata umida di gocce e nuvoloni, proprio come aveva voluto il centenario scultore Giorgos Zogolopoulos che anni prima, nel 1997, aveva costruito quei suoi "Ombrelli", sul lungomare di Thessaloniki. In un tempo "pieno di contraddizioni", come lui stesso definiva i giorni nostri, i suoi ombrellini scuri che spiccano il volo leggeri e ordinati ci stupirono, ci fecero sorridere, dandoci quella motivazione che, diceva Zogolopoulos, "nell'arte può sembrare una musica". E quel giorno la pioggia su Thessaloniki fu davvero come una musica che si mescolava alle calme onde del mare, ai rumori confusi di una città che è la seconda in grandezza in tutta la Grecia ma che ci sembrò non aver mai perso la sua semplicità di paese, aver ereditato la calma e il languore ottomano insieme alla bellezza chiara e ariosa dei Greci.


Statua di Alessandro Magno, lungomare di Thessaloniki.

Al di là degli ombrelli, scorgemmo una figura scura e imponente, che si stagliava impavida nell'orizzonte grigio-azzurro del cielo nuvoloso. Alessandro Magno, in tutta la gloria di Imperatore di Macedonia, sul suo insostituibile cavallo Bucefalo, rivissuto in una statua che troneggia sull'orizzonte del mare, come il Μέγας Ἀλέξανδρος (Mégas Aléksandros), il Grande, trionfò sul mondo antico, cambiandone per sempre le sorti. 

Statua di Aristotele,
Piazza Aristotelus, Thessaloniki.

Più indietro, si apre la piazza Aristotelus, dove troneggia immobile ed eterna la statua bronzea dell'immortale Aristotele. Disegnata nel 1918 dall'urbanista francese Ernest Michel Hébrard, la piazza pare volersi protendere verso il mare fin quasi a toccarne con reverenza i flutti. Si apre sul mondo, la piazza Aristotelus, come a mostrare che il viaggio non finisce mai, che bisogna continuare a camminare, a nuotare, a navigare. Dall'alto la piazza è una forma squadrata, essenziale, ma accogliente; animata ogni giorno e ogni sera da persone che passeggiano, la attraversano, si siedono al suo lato; punteggiata da uccelli che vi si posano alla ricerca di briciole; da chi vuole vendere qualcosa, suonare. E' l'aria che si respira sulla piazza Aristotelus ad essere unica al mondo, è la brezza che viene dal mare che indirizza lungo la sua costa, come la corrente pacata di un fiume di aria e schizzi.


Veduta dall'alto della Piazza Aristotelus, Thessaloniki.

Nei giorni che seguirono, Christianna ed io ci addentrammo nelle strade in salita e discesa della città, cercammo di scoprirne gli angolo più impensati. Il nostro secondo giorno a Thessaloniki fu una giornata di sole, un calore settembrino ma ancora ardente come quello dell'estate più piena. Salimmo sulla cima della Torre Bianca e ci perdemmo nella brezza marina che ci pettinò i capelli e ci rinfrescò la pelle accaldata. Immaginavamo la vita a Thessaloniki, in una casa con un balcone, affacciata sul lungomare, da dove lanciare lo sguardo fino alla bella e trina penisola  Chalkidikì (Χαλκιδική). Immaginavamo le mattine al sapore di  Bougàtsa (Μπουγάτσα), le sfoglie ripiene di crema spruzzate di cannella che si mangiano al mattino a Thessaloniki, i pomeriggi di caffé e di giri al Mercato Modiano, pieno di colori, parole e odori, come quello del pesce fresco, delle spezie turche, della frutta lucida e grande. Immaginavamo la vita a Thessalonikiguardando ammirate giù verso la città, da un po' più vicino al cielo.


Panorama dalla cima della Torre Bianca, Thessaloniki.

Una sera prendemmo un autobus verso la città vecchia. Arrivammo sul far del tramonto al castello, alle sue dignitose rovine che ancora dopo secoli e secoli parlano di Bisanzio. Quando le luci calarono, il nostro sguardo si smarrì nella moltitudine che ci trovammo davanti, una distesa vibrante di luci che disegnavano un percorso immaginario a ritroso nei secoli, tanto da quasi poter vedere le antiche mura scomparse, lo splendore dell'epico Alessandro e l'immortale nitrito di Bucefalo. 


Panorama della città dal castello, città vecchia, Thessaloniki.

Una città che glorifica, Thessaloniki, con le sue statue, i suoi frammenti di storia dei secoli addietro, adagiati in un sito moderno, vivido, dove il tempo segue le mode, le ragazze indossano gli abiti più eleganti di tutta la Grecia, dove i caffé si riempiono nel pomeriggio e le sere sono vivaci, fatte di chiacchiere e risate, di stare insieme tutti i giorni perché è così che si vive la vita, a Thessaloniki, come fosse sempre domenica.